E’ Zagrebelsky o il vice di D’Avanzo?

Gustavo Zagrebelsky è troppo torinese e troppo titolato per completare il proprio cursus honorum come vice commissario di Giuseppe D’Avanzo e patron di un antiberlusconismo ozioso che oggi si autoconvoca per la sua Pallacorda milanese. Certo Libertà e Giustizia – l’organizzazione che celebra l’evento e della quale Zagrebelsky è dignitario ad honorem – non è Giustizia e Libertà, perché anche l’azionismo appassionato, accigliato e umbratile del primo Novecento ha patito le ingiurie degli anni.
4 FEB 11
Ultimo aggiornamento: 22:29 | 11 AGO 20
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Gustavo Zagrebelsky è troppo torinese e troppo titolato per completare il proprio cursus honorum come vice commissario di Giuseppe D’Avanzo e patron di un antiberlusconismo ozioso che oggi si autoconvoca per la sua Pallacorda milanese. Certo Libertà e Giustizia – l’organizzazione che celebra l’evento e della quale Zagrebelsky è dignitario ad honorem – non è Giustizia e Libertà, perché anche l’azionismo appassionato, accigliato e umbratile del primo Novecento ha patito le ingiurie degli anni. A leggere su Repubblica l’anticipazione del discorso che il presidente emerito della Corte costituzionale terrà oggi – “Le notti di Arcore e la notte italiana” – se ne ricava l’impressione che la calma potenza del diritto, di cui Zagrebelsky suole essere custode, sia stata soffocata da un’emotività di tipo comiziante (una foga simile s’è impadronita ieri del presidente in carica alla Consulta, Ugo De Siervo, che ha pensato bene di contraddire il Quirinale pur di ammonirci così: “Il federalismo municipale è una bestemmia, come dire che un pesce è un cavallo”).

Affaticato nella sua arringa popolaresca,
Zagrebelsky chiede “che cessi questo sistema di corruzione delle coscienze e di avvilimento della democrazia”, pretende di entrare nelle “notti di Arcore” senza la falsa protezione puritana, ma poi se ne ritrae inorridito dai “caratteri ripugnanti di un certo modo di concepire i rapporti tra le persone”. Per Zagrebelsky il lupanare del Cav. è molto più che lo scannatoio d’un vecchio satiro, è la rappresentazione semi privata della violenza inflitta da Berlusconi alla facies pubblica dell’Italia. In una parola: mignottocrazia. L’espressione, che Zagrebelsky non pronuncia ma di cui la sua prosa sembra essere una smisurata didascalia, proviene dal padre di Sabina Guzzanti, a sua volta madrina dell’indignazione permanente dei teatranti antiberlusconiani. L’Emerito entra così nella compagnia, lambisce il lato lubrico del Cav. ma sa di non poter affondare il colpo sul fianco giudiziario (“è un capitolo di ipotesi ancora da verificare”) né su quello strettamente umano: “Se si trattasse soltanto della forza compulsiva e irresistibile del richiamo sessuale nell’età del tramonto della vita, non avremmo nulla da ridire. […] Proveremmo semmai, probabilmente, compassione e magari perfino simpatia per questa prova di senile, fragile e ridicola condizione di umana solitudine. Ma non avremmo nulla da dire dal punto di vista politico”. E allora? Allora, esaurito l’inventario dell’impossibile, rimane soltanto da chiudere gli occhi per fissare l’immagine di un troiaio generalizzato costruita con tanta fantasticheria morale. Succede così, quando il ragionamento non è sorretto da un distaccato rigore sabaudo: si finisce per declamare una catilinaria condominiale.